THE SKELETON KEY


C’è una specie di codice, o se volete di manuale, per gli aspiranti registi di horror: case maledette probabilmente stile ottocento e neo-gotiche, pertugi segreti in fondo a soffitte inabitate, spifferi che fanno ondeggiare sedie da giardino, cigolii assortiti e porte che sbattono, dettagli di piedi che percorrono corridoi o di mani che sfiorano usci, vecchie foto che sbucano da sotto qualche libro ammuffito, il tutto di notte e fra implacabili temporali.
Ma ci sono horror si serie B e horror di serie A. Tutto sta come declinare queste suggestioni, come confezionarle, usando o talora abusando della credulità dello spettatore. Stavolta è il cast a fare la differenza: non i soliti volti di sconosciuti, scritturati per imprese che, se non garantiscono la gloria, forniscono una buona prestazione lavorativa, ma volti importanti, legati ad attori di solida reputazione. La ragazza è Kate Hudson, doppia figlia d’arte (mamma Goldie Hawn e papà Kurt Russell), qui convincente nel primo ruolo complesso della sua giovane carriera, dopo una serie di commediole in cui tentava invano di fare il verso a mammà. Poi c’è la veterana Gena Rowlands che gli anni, più che il trucco, hanno reso adatta a far da megera indemoniata, e John Hurt, che riesce a imporre la sua presenza nonostante il suo copione preveda solo un tentativo di battuta a gola serrata. Più pleonastico Peter Sarsgaard qui decisamente a disagio. 
Alla casistica horror di cui sopra si unisce il cerimoniale vodoo con relativo tuffo nella più accreditata magia nera e un illogico finale – ma è lecito parlare di logica in un horror? – in cui due stregoni si calano non tanto docilmente in altrui corpi per assicurarsi a loro spese la sopravvivenza. 
Insomma un bel pasticcio, ma un pasticcio di buon livello che assicura i dovuti brividi, peraltro non eccessivi né imprevedibili.

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