Un nuovo Van Damme, il prolifico attore belga che è uno delle colonne
portanti dell’incontro fra le arti marziali e il cinema. Più prestante
di Chuck Norris, senza le variazioni buffonesche di Jackie Chan e,
naturalmente, senza il carisma di Bruce Lee e dei suoi epigoni. Sono le
arti marziali “composite”, come le amministrano il massiccio Steven
Seagal e l’atletico Dolf Lungren: un miscuglio di tecniche diverse, un
ibrido fra lotta, pugilato, kungfu e zuffa senza regole.
Con tale bagaglio Van Damme ha interpretato e continua a interpretare
una lunga serie di film cercando di volta in volta di avvicinarsi a
personaggi plausibili sul piano del film d’avventure e d’azione, talora
con un spunto di “giallo”.
Stavolta è un brav’uomo condannato
all’ergastolo per aver ucciso lo spietato stupratore di sua moglie, e
imprigionato in un carcere russo in anni imprecisati che, come recita il
titolo, è un inferno vero e proprio. L’aneddotica è la stessa del
cosiddetto “genere penitenziario”: militari iniqui e cinici, condannati
abbrutiti e violenti, vittime degradate, aguzzini che si divertono a
fare scommesse sul risultato degli incontri fra i reclusi, provocati nel
cortile con il plauso e l’incoraggiamento dello stesso comandante. Fra
il colosso nero che ha rifiutato la violenza e un Van Damme che, suo
malgrado, deve battere e vincere il più brutale dei suoi colleghi
carcerati, correndo il pericolo di diventare lui stesso un perverso e
ottuso strumento di violenza.
Soprattutto singolare, in questo “In
Hell”, è il verismo brutale e violento degli scontri, non enfatizzato o
vaccinato dalla “bellezza” dell’arte marziale. Scontri che sono lotte
furiose, violente, sadiche, raccontate con realismo ed evitando la
brutalità un po’ addomesticata e retorica dei film del genere. Non ci
viene risparmiato nessun passaggio: il carcerato violentatore, la
corruzione e il mercimonio, le bande, il sadismo e cinismo dei militari,
e inoltre il finale non è più consolatorio dello stretto necessario.
Un
Van Damme da segnalare.
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